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I modelli di genere ostacolano il benessere al lavoro

La sostenibilità di un’organizzazione si misura attraverso l’efficienza dei processi e l’innovazione tecnologica, ma anche, soprattutto, dalla qualità dello spazio umano che le persone abitano ogni giorno. Eppure, nel tentativo di costruire ambienti di lavoro sani, dimentichiamo che la salute dei nostri team è minacciata da aspettative (più o meno) invisibili che interpretiamo quotidianamente: maschere di genere che ci impediscono di vederci e riconoscerci come persone, prima che come ruoli.

La pressione sociale legata agli stereotipi agisce nei team aziendali come un freno a mano tirato sulla salute relazionale. L’emancipazione, oggi, non è più solo una questione di diritti o di “quote”, ma la possibilità per ogni persona di coltivare una collaborazione autentica e onesta, libera da ruoli pregiudizievoli.

Il mito dell’Uomo Forte

L’immaginario è tra i più comuni: il leader o il collega-maschio che non esita, non cede. Mai. Davanti a una difficoltà si mantiene imperturbabile, non ammette stanchezza e considera la richiesta di aiuto come un segnale di cedimento. Questo è il modello dell’Uomo Forte, un archetipo che la nostra cultura ha coltivato con convinzione e che oggi sta sabotando dall’interno la salute degli uomini e dei team che guidano.

La pressione sull’uomo affinché sia sempre performante e competitivo provoca solitudine e isolamento. Quando a un uomo non è concesso di manifestare la propria vulnerabilità, le proprie emozioni perché considerate “non professionali” o troppo “femminili”, smette di essere un nodo vitale della rete relazionale e diventa un elemento isolato, innescando pesanti conseguenze:

  • mancanza di feedback onesto: se il leader deve essere sempre “forte”, chi collabora con lui avrà paura di segnalare errori per non sembrare, a loro volta, l’elemento debole
  • ansia da prestazione: il bisogno di confermare costantemente il proprio status impedisce di fermarsi, confrontarsi, rigenerarsi provocando crolli fisici e psicologici che vengono spesso ignorati fino all’ultimo momento
  • povertà decisionale e rigidità del pensiero: quando un uomo-leader non può permettersi il dubbio, l’errore o il “non lo so”, le decisioni diventano difensive più che ponderate. Si sceglie per mantenere l’immagine di controllo, non per qualità dell’analisi. Questo riduce la capacità di leggere la complessità, irrigidisce le soluzioni possibili e aumenta il rischio di errori strategici che nessuno si sente legittimato a mettere in discussione.

In un ambiente lavorativo che non concede spazio al dubbio o alla richiesta di aiuto, la sicurezza psicologica vacilla anche per chi guida: il risultato è un blocco dell’apprendimento che coinvolge l’intero ecosistema aziendale. Un limite costoso considerando che è proprio nella capacità di navigare insieme l’incertezza che risiede la nuova metrica della crescita aziendale.

Il mito della Donna Tuttofare

Dall’altra parte dello spettro troviamo l’archetipo della “donna tuttofare”: la  Superwoman. È colei che non solo eccelle nei propri task tecnici, ma si fa carico — spesso inconsciamente e senza mandato ufficiale — della “cura” dell’ufficio: dal clima relazionale all’organizzazione dei dettagli logistici, fino al supporto emotivo delle colleghe e colleghi.

Il concetto di carico mentale non è circoscritto agli ambienti domestici, ma spesso invade anche quello degli uffici. La convinzione sociale afferma ancora oggi che una donna sia naturalmente più portata al multitasking e all’empatia. Questo si traduce in una lista infinita di micro-task invisibili che frammentano l’attenzione e prosciugano l’energia creativa.

Quando una donna è costretta nel ruolo di tuttofare si generano tre distorsioni relazionali.

  1. L’iper-controllo come difesa: la paura di fallire in una delle mille direzioni porta a un controllo ossessivo che soffoca l’autonomia del team.
  2. Il risentimento sotterraneo: occuparsi costantemente del benessere altrui senza che questo venga riconosciuto porta a una stanchezza cronica che avvelena relazioni e comunicazione.
  3. L’incapacità di delegare: se il team si abitua a una figura di riferimento che risolve tutto, smette di responsabilizzarsi. La crescita collettiva si ferma perché il sistema poggia su un unico pilastro sovraccarico.

La tossicità dei modelli

In chimica una sostanza è tossica quando altera le funzioni vitali di un organismo. In azienda questi stereotipi alterano la funzione vitale della relazione.

Quando recitiamo un ruolo di genere non stiamo davvero comunicando, ma bensì facciamo scontrare (e non confrontare) due proiezioni. La salute relazionale si basa sulla capacità di vedersi per ciò che si è: esseri umani con risorse e limiti. Se l’uomo deve essere forte e la donna deve essere tuttofare lo spazio intermedio in cui nasce la vera collaborazione si riempie di aspettative non dette e di pre-giudizi.

Ogni volta che usiamo il genere per definire una competenza professionale stiamo togliendo potere alla diversità e stiamo sabotando la fiducia reciproca.

La nuova emancipazione è il bene comune

In KaleidoHub crediamo che l’emancipazione rappresenti uno degli investimenti più significativi per il benessere di tutta l’organizzazione.

Evolvere oltre questi condizionamenti crea un ambiente inclusivo per tutte le identità che non si riconoscono nei binari tradizionali. Quando abbattiamo i muri del “maschile” e del “femminile” tossico creiamo uno spazio dove l’unicità di ogni persona può finalmente emergere e fiorire.

Il passaggio dai modelli tossici alla salute relazionale necessita di un percorso consapevole. Tre piccole azioni che possiamo sperimentare sono:

3. La precisione linguistica

    Descrivere le caratteristiche e i talenti delle persone con aggettivi legati al genere è una semplificazione che limita il potenziale individuale. “Un approccio non è “materno”, è empatico. Una decisione non è “da maschi”, è assertiva. Restituire le parole alla loro neutralità funzionale permette a tutti di abitarle senza vergogna.

    2. Riconoscere il lavoro emotivo

      Mappare il lavoro di cura nei team è una necessità strategica per monitorare e tutelare il benessere organizzativo. Chi si occupa di accogliere i nuovi arrivati? Chi media nei conflitti? Questo lavoro va distribuito equamente, rompendo l’automatismo che lo assegna quasi sempre – o molto spesso – alle donne.

      3. Allenare la vulnerabilità come soft skill

        I e le leader scelgono di praticare la trasparenza sui propri limiti come esempio virtuoso. La vulnerabilità condivisa è un collante molto potente: trasforma un gruppo di colleghe e colleghi in un team che si protegge e sostiene a vicenda.

        La relazione come spazio di espressione di sé

        Scegliere di uscire dagli stereotipi, di qualsiasi genere, è prima di tutto un atto di salute pubblica aziendale, la base necessaria per generare collaborazioni e relazioni di valore. Solo quando si smantellano questi modelli rigidi, infatti, il benessere organizzativo prospera e crea lo spazio sicuro in cui le persone si sentono libere di esprimersi nella loro interezza e complessità.

        Proprio grazie a questa libertà avviene la crescita più profonda: le organizzazioni felici, quelle in cui le persone scelgono di restare, sono capaci di far evolvere il lavoro da semplice dovere a motivo di realizzazione personale, restituendo valore autentico alla vita di ogni persona.o che risponda “Ci sono”.


        Qual è lo stereotipo di genere che senti pesare di più sulla tua quotidianità lavorativa?

        Se nel tuo team noti delle dinamiche poco sane e vuoi costruire un percorso verso la sicurezza psicologica e il benessere relazionale, contattaci: aiutiamo la tua organizzazione a trovare (o ritrovare) il valore delle persone.

        Eva Martini e Alessandra Scomparin - KaleidoHub
        Eva Martini e Alessandra Scomparin – KaleidoHub Treviso – consulenza HR – analisi di clima

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