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Come gestire apprensione e paura al lavoro

Facile che davanti a un confronto provi o hai approvato apprensione. Non è vero? O alla notizia di un cambiamento imminente o a una scadenza ravvicinata da rispettare “per forza”. Senti accelerare il battito di quel pochino da imperlarti la fronte, ti sistemi sulla sedia nervosamente, sposti lo sguardo altrove. E adesso come faccio, ti chiedi.

Se questa non è la tua situazione, è probabile che tu non ti stia dicendo tutta la verità. Conosciamo le nostre mascherine!

Nel lavoro, come nella vita, la paura e l’apprensione fanno parte dell’esperienza umana. Non sono patologie, difetti caratteriali o scompensi che richiedono un trattamento clinico.

Sono però dei segnali. Degli indicatori (delle antenne immaginarie) di ciò che ci coinvolge, ci preoccupa, ci responsabilizza.Per coltivare sicurezza e fiducia possiamo partire dallo sperimentare alcune pratiche quotidiane, imparando a riconoscere noi stesse e noi stessi strada facendo, e la qualità delle relazioni che costruiamo attorno a noi, anche in azienda.

Paura e apprensione non sono debolezza, sono informazioni

Ogni volta che ci sentiamo ingabbiate e ingabbiati dall’ansia e dal timore sta succedendo qualcosa di profondamente umano, nulla di sbagliato.

Stiamo entrando in un territorio nuovo, facendo esperienza per la prima volta di qualcosa che ci tocca e che probabilmente ci pone in allarme (cosa rischio se…?). Per poter valutare come muoverci in una nuova e sconosciuta situazione abbiamo bisogno di informazioni, di  confronto e conforto.

La paura di per sé, non è nemica. Anzi, ci aiuta a misurare le considerazioni, i confini e le libertà, le soluzioni. Soprattutto nel contesto professionale ci dice quando serve più chiarezza, più supporto o più tempo per assestarsi.

Cosa possiamo fare, concretamente, per gestirle?

1. Dare un nome a ciò che sentiamo

Non serve entrare nel linguaggio clinico, non ne abbiamo le competenze e non è questo il caso. Ma usare i giusti termini, riconoscendone il significato specifico sì, è molto utile.

“Mi sento in apprensione per questa presentazione.”
“Questa richiesta mi mette un po’ in difficoltà.”
“Ho paura di non essere all’altezza.”

Le emozioni non gestite diventano ingombranti. Nominarle con sincerità verso di sé e verso le persone con cui abbiamo a che fare, le rende gestibili, condivisibili, risolvibili. Insieme.

2. Chiedere ciò di cui abbiamo bisogno

Molte paure nascono da una mancanza di informazioni, in qualsiasi contesto. In quello professionale le domande a cui spesso non abbiamo subito chiara la risposta si aggirano intorno a:

  • Qual è la priorità vera?
  • Qual è la scadenza reale?
  • Chi mi può supportare?
  • Come si misura il risultato?

Chiedere aiuto è segno di responsabilità – e se ti fanno credere si tratti di fragilità, qui trovi qualche risposta– per ridurre l’incertezza e ricostruire un senso di progettazione e struttura.

3. Preparare piccoli passi, non piani perfetti

Quando immaginiamo quello che potrebbe andare storto facciamo un passo indietro: le idee si bloccano, l’entusiasmo si assopisce e la resa è dietro l’angolo. 

Il rimedio? Interrompere il flusso negativo della difensiva. Facile a dirsi, più difficile a farsi.

Alcune domande che possono aiutarti nel sbloccare la situazione:

  • qual è il primo singolo passo che posso fare?
  • quale quello successivo?
  • per iniziare, cosa posso fare in 10 minuti?

Sai, anche la paura ha paura! Perché di fronte all’azione e al movimento perde forza, si sente sola e con il tempo necessario, si fa da parte.

4. Cercare (e offrire) sicurezza psicologica

In molte sessioni di formazione abbiamo la percezione che la sicurezza psicologica sia considerata un concetto astratto, un atteggiamento fuori dal concreto più “spirituale” che pratico. 

Sentirsi al sicuro o, al contrario, bersaglio di giudizi ed etichette, è qualcosa di molto aderente alla nostra realtà di tutti i giorni, più di quanto ne abbiamo reale consapevolezza. La sicurezza psicologica, nelle relazioni personali e in quelle professionali ha molto a che fare con la libertà:

  • di fare domande senza essere giudicate e giudicati
  • di esprimere dubbi senza muovere preconcetti
  • di sbagliare senza temere ritorsioni.

Questo vale, ovviamente, in qualsiasi posizione: praticarla è, più che un atteggiamento, una scelta. Sia che ci si senta parte lesa, sia che ci si trovi, in qualche modo, in “vantaggio”. In qualsiasi caso possiamo scegliere di migliorare il nostro comportamento, aprendoci, ascoltando, alzando la mano, condividendo.

Quando tra le persone si fa reciproca esperienza di sicurezza psicologica, la paura – forse rimane per un po’, all’inizio, ma – non è più un limite o un ostacolo al percorso di crescita professionale e personale. È bensì una postura, più che un comportamento, alle persone e alle relazioni.

5. Fare pace con la (propria) vulnerabilità

Il mito della performance ci ha abituate e abituati a credere che “essere forti” significhi non provare paura. I maschi ne sanno qualcosa, ma anche a noi donne non manca occasione perché ci venga ricordato questo “dovere”.

Date queste premesse, ci permettiamo un dubbio. Non è che la forza sta invece nel chiedere aiuto, nell’ammettere che qualcosa ci preoccupa, nel condividere responsabilità e pesi?

La vulnerabilità, quando non è solo la nostra ma è dichiarata e condivisa, crea collaborazione autentica. A volte dirsi dei “no”, lasciar arrivare gli altri lì dove noi non arriviamo, è la soluzione più efficace e magari vincente!

Cosa possono fare le aziende?

  • Chiarezza prima di tutto: ruoli, obiettivi, scadenze, responsabilità. La paura cresce dove regna l’ambiguità e la non conoscenza.
  • Momenti di confronto, anche brevi ma costanti. Non servono mega-riunioni ogni mattina (e chi non è in sede ha l’obbligo di collegarsi online a telecamera accesa); bastano appuntamenti regolari e sinceri.
  • Una cultura che non condanni l’errore, ma lo integri nel sistema di apprendimento e crescita di ogni persona. Non a caso le nostre nonne dicevano “sbagliando si impara” e, a pensarci bene, non avevano torto! L’errore porta sempre con sé una parte di novità, di cambiamento e nuova conoscenza (e coscienza).
  • Leader che ascoltano davvero e non per imporre soluzioni o risolvere problemi, ma per creare le condizioni ottimali a tutte le persone coinvolte di poter gestire e superare insieme le situazioni più critiche, ognuno con il suo contributo. 

Perché parlarne è importante?

Perché siamo persone, prima che aziende e organizzazioni, e abbiamo bisogno di ricordarci che tutto ciò che fa parte dell’essere umane e umani vive nelle nostre società, famiglie, aziende.

L’apprensione e la paura come la fiducia o l’amore, è tutta un’umanità.

E poi perché il lavoro non dovrebbe aggiungere altra paura al mondo, ma creare condizioni favorevoli e opportunità di realizzazione e di crescita.

Il benessere organizzativo prospera anche nella possibilità di dire “Ho un timore” e trovare qualcuno che risponda “Ci sono”.


Qual è quel timore che oggi, se condiviso con il tuo team, potrebbe trasformarsi nella vostra più grande opportunità di collaborazione?

Se vuoi approfondire come portare benessere, sicurezza psicologica e comunicazione chiara nella tua organizzazione, scrivici o consulta la nostra Pagina Servizi: costruiamo insieme un percorso sulla misura delle tue persone.

Eva Martini e Alessandra Scomparin, co-founder di KaleidoHub
Eva Martini e Alessandra Scomparin, co-founder di KaleidoHub – organizzazione aziendale

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